25 marzo 2014 | Usi e costumi dei romagnoli all’epoca di Napoleone

Liliana Vivoli al meeting del Lions Club Imola Host

Quali erano le tradizioni della Romagna ai primi dell’Ottocento? Sembra un giallo storico-antropologico quello raccontato al meeting del 25 marzo del Lions Club Imola Host da Liliana Vivoli, ex direttrice dell’Archivio di Stato.Copia di KIKO0343_ridimensionare

Nel 1804 nella Francia napoleonica si svolse una rilevazione tramite questionari sugli usi, costumi e tradizioni della popolazione. L’anno successivo nel Regno d’Italia si decise di fare la stessa cosa, ma il repentino crollo dell’impero napoleonico insabbiò questa ricerca e dei questionari raccolti si persero le tracce. Nel 1818 un certo Michele Placuzzi di Forlì pubblicò un’opera dal titolo “Usi e pregiudizi de’ contadini della Romagna”, un’operetta serio-faceta, come lui stesso affermava, che metteva alla berlina i romagnoli. Nel 1950 si scoprì che gran parte delle notizie di questo libro
erano tratte da quei questionari di epoca napoleonica e quindi avevano un grande valore storico. Purtroppo gli originali in parte si sono e non si sono trovati questionari relativi ad Imola perché Napoleone aveva staccato per la prima volta Imola dalla Romagna, legandola invece sotto l’amministrazione bolognese.

Vediamo alcuni di questi rituali tradizionali legati alle mille azioni del vivere quotidiano.

La donna incinta non deve guardare una persona brutta, non deve mettersi dei fili attorno al collo ad esempio quando cuce, deve sedersi sul gradino del focolare quando è vicina al parto. Al neonato (maschio) si allungava la pelle sotto il mento, si davano cucchiaini di mele cotte per evitare l’alito cattivo e si metteva una monetina (la baioca) sull’ombelico. A chi nasceva con la camicia della Madonna  si faceva toccare un fiore, un baco da seta, un giogo degli animali e altri oggetti perché era una persona che portava fortuna.

Dopo la cerimonia del matrimonio il suocero offriva alla sposa del vino, facendo cadere qualche goccia in terra a segnalare che nella casa c’era abbondanza. La suocera invece lasciava cadere la scopa per terra e se la sposa la raccoglieva significava che era una brava donna di casa.

Al ritorno da una sepoltura i parenti del defunto offrivano un pranzo agli intervenuti e chi entrava per primo in casa doveva spegnere la candela della veglia funebre. Nella tavola senza tovaglia si metteva e si riempiva anche il piatto del morto, mentre il padrone di casa, in piedi, elogiava il defunto.

Tanti erano i rituali con riferimenti agricoli. Ricordiamo soltanto lom a merz che consisteva nell’accensione di grandi falò utilizzando il legname delle potature allo scopo di illuminare il tempo futuro. [E.C.]

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